Condanna per l’ex prefetta di Cosenza: tre anni per istigazione alla corruzione

Per Paola Galeone oltre alla pena detentiva applicata anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, misura severa che sottolinea l'importanza di preservare la trasparenza e l'integrità delle istituzioni

I giudici del tribunale hanno emesso la sentenza nei confronti di Paola Galeone, ex prefetta di Cosenza, riconoscendola colpevole di istigazione alla corruzione e assolvendo dall’accusa di rivelazione di segreti d’ufficio. La pena prevede tre anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, segnando un epilogo significativo per un caso che ha scosso le istituzioni locali.

La vicenda della “mazzetta”

L’inchiesta, avviata nel 2019, era partita dalla denuncia di Cinzia Falcone, presidente dell’associazione “Animed”. La Galeone avrebbe chiesto all’imprenditrice di emettere una fattura falsa di 1.200 euro, così da spartirsi una somma residua del fondo di rappresentanza della Prefettura. La richiesta sarebbe stata avanzata nel corso di un incontro organizzato dopo Natale in un bar del centro cittadino, monitorato dalla polizia grazie all’installazione di microspie.

La denuncia fu raccolta dalla squadra mobile di Cosenza, allora guidata da Fabio Catalano, e dal pubblico ministero Mario Spagnuolo. Durante la requisitoria, i magistrati hanno ricostruito come l’ex prefetta aveva proposto all’imprenditrice una spartizione del denaro, portando così all’apertura del fascicolo e alla successiva misura interdittiva emessa dal Gip e confermata dal Tribunale del Riesame di Catanzaro.

La difesa dell’ex prefetta

Paola Galeone ha sempre respinto le accuse, dichiarando di non essere consapevole della presenza del denaro. “Quando ho visto la busta, non ho capito nulla. Sono rimasta sorpresa nel trovarci del denaro. I soldi erano sparsi nella mia borsa”, ha affermato durante le udienze, descrivendo la situazione come confusa e negando qualsiasi intento illecito.

La difesa ha sostenuto che l’ex prefetta non aveva piena padronanza della situazione e che le sue azioni non fossero da considerarsi premeditate. Tuttavia, le prove raccolte durante le indagini e le intercettazioni ambientali hanno portato i giudici a riqualificare l’accusa in istigazione alla corruzione , ritenendo fondate le ipotesi della pubblica accusa.

Implicazioni della condanna

Oltre alla pena detentiva, la sentenza comprende l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, una misura severa che sottolinea l’importanza di preservare la trasparenza e l’integrità delle istituzioni. Il caso ha avuto un forte impatto mediatico, richiamando l’attenzione sulle pratiche amministrative e sul ruolo cruciale della vigilanza nel contrastare fenomeni corruttivi.

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