Cosenza, la Digos contesta il nuovo decreto Sicurezza: maxi-multe ai militanti dopo la tragedia dei braccianti di Amendolara

Cosenza, la Digos applica il nuovo articolo 18 del TULPS contro i manifestanti anti-caporalato. Scoppia il caso: «Multato un attivista assente»

La contestazione del nuovo articolo 18 del TULPS piomba sui movimenti sociali calabresi. La Digos di Cosenza ha fatto scattare i primi provvedimenti in seguito alla manifestazione dello scorso 6 giugno ad Amendolara, nata per protestare contro la morte di quattro lavoratori migranti, rimasti bruciati vivi all’interno di un minivan.

Il collettivo politico Addùnati di Lamezia Terme lancia l’allarme: un proprio attivista ha ricevuto un verbale di accertamento che ipotizza sanzioni pecuniarie pesantissime. «Si colpisce chi lotta contro sfruttamento e razzismo», denunciano i militanti.

Secondo la ricostruzione della Questura, il militante avrebbe criticato le prescrizioni imposte dalle forze dell’ordine, contribuendo alla nascita di un corteo estemporaneo a piedi lungo la Strada Statale 106, bloccando temporaneamente il traffico.

La contestazione formale riguarda la violazione dell’articolo 18, comma 5, del TULPS (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza), recentemente modificato dal pacchetto sicurezza del governo. Per questa presunta violazione amministrativa, la sanzione prevista oscilla da 1.000 a 12.000 euro.

La vicenda si tinge di giallo e apre duri interrogativi sulle modalità di identificazione. Il collettivo Addùnati ha infatti dichiarato che il militante colpito dal provvedimento non ha mai preso parte alla manifestazione di Amendolara.

I movimenti sollevano il sospetto di un utilizzo “selettivo” e preventivo delle nuove norme: L‘ipotesi dei collettivi: La Digos avrebbe attinto a un elenco di attivisti già esposti in altre mobilitazioni territoriali degli ultimi mesi (comprese le campagne di solidarietà per la Palestina) e l’effetto “schedatura”: Il rischio denunciato è la trasformazione del dissenso e dell’impegno sociale in un fattore automatico di rischio repressivo.

La protesta contro il sistema del caporalato

La mobilitazione del 6 giugno non era una semplice cerimonia di cordoglio, ma un atto di accusa esplicito contro il modello economico della fascia ionica, segnato da caporalato, precarietà e assenza di tutele per i braccianti stranieri. Gli organizzatori avevano scelto di rifiutare le commemorazioni istituzionali, puntando il dito contro le responsabilità politiche della gestione dei flussi migratori e del lavoro agricolo.

Il caso di Cosenza ricalca un trend nazionale: l’arma della sanzione amministrativa ed economica preferita a quella penale. Le sanzioni pecuniarie asfissianti puntano a prosciugare le risorse e le energie dei movimenti, rendendo il dissenso “troppo costoso” da sostenere.

«Mentre chi si arricchisce sulla pelle dei lavoratori continua a operare indisturbato – concludono i portavoce di Addùnati – chi chiede giustizia viene trasformato in imputato. Non staremo in silenzio: continueremo a stare dalla parte della Calabria che alza la testa contro lo sfruttamento, contro la guerra e a difesa della nostra terra».

Redazione

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