Sfruttamento e agromafie in Calabria: il prezzo umano dell’agricoltura

Migranti ridotti in schiavitù e una criminalità radicata alimentano l’economia sommersa agricola calabrese, tra caporalato e agromafie sempre più pervasive

Un sogno che si trasforma in incubo per molti migranti provenienti dall’Africa e dall’Est Europa. Attirati dalla promessa di un futuro migliore, finiscono inghiottiti da un sistema economico sotterraneo dove le loro vite valgono meno di un raccolto. In Calabria, regione dove l’agricoltura costituisce un pilastro essenziale del PIL, i lavoratori stranieri diventano gli ingranaggi invisibili di un motore che troppo spesso funziona “in nero”.

Nonostante i controlli a tappeto e le indagini della magistratura, il sistema si rigenera. Il Rapporto Agromafie elaborato da Coldiretti, Eurispes e dalla Fondazione Osservatorio sulla criminalità in Agricoltura descrive una rete capillare di illegalità, con un giro d’affari che in poco più di un decennio è passato da 12,5 a 25,2 miliardi di euro. Solo la pandemia da Covid-19 ha temporaneamente rallentato questa crescita, facendo scendere il fatturato a 23,5 miliardi nel 2021.

Al centro di questo fenomeno si trova il caporalato, una forma di schiavitù moderna gestita da organizzazioni criminali italiane e straniere. I migranti, privi di diritti e tutele, vengono reclutati illegalmente e costretti a lavorare in condizioni disumane. L’Istat ha rilevato che in Calabria un lavoratore su cinque è irregolare, a testimonianza della diffusione del lavoro nero. La regione si configura come un vero laboratorio dello sfruttamento, con ben 99 casi di caporalato segnalati nel triennio considerato, il dato più alto a livello nazionale.

Le agromafie trovano terreno fertile nella debolezza del tessuto socio-economico. Secondo Coldiretti, esse sfruttano le inefficienze burocratiche per promuovere credito illegale, riciclare denaro e acquisire aziende agricole. Gli imprenditori onesti spesso sono costretti a cedere le proprie attività a causa di minacce, atti intimidatori o difficoltà economiche derivanti da crisi internazionali e aumento dei costi di produzione.

Il peso delle agromafie è confermato dalla classifica delle province italiane più esposte, relativa al 2022. Reggio Calabria è risultata prima in assoluto per intensità del fenomeno, seguita da Crotone (7ª), Vibo Valentia (11ª) e Cosenza (16ª). Fa eccezione Catanzaro, al 23° posto, ma nel complesso tutto il territorio calabrese è altamente vulnerabile alle infiltrazioni mafiose.

Lo Stato ha intensificato le azioni repressive, con sequestri di aziende agricole, stabilimenti, imprese di ristorazione e trasporto merci. Tuttavia, i risultati restano parziali e insufficienti per smantellare un sistema che si rigenera grazie all’alleanza tra economia sommersa e criminalità organizzata. A regnare, in Calabria, è ancora la ’ndrangheta, capace di adattarsi e di perpetuare il suo potere economico e sociale sfruttando le pieghe dell’illegalità.

Redazione

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