Un imponente blitz dei Carabinieri per la Tutela del Lavoro, supportati dai reparti territoriali dell’Arma, ha portato all’esecuzione di un decreto di fermo nei confronti di 20 cittadini stranieri. L’operazione, condotta tra le province di Cosenza, Napoli, Bologna, Sassari e Mantova, ha smantellato un sistema criminale radicato nella Piana di Sibari dedito all’intermediazione illecita, allo sfruttamento lavorativo, alla riduzione in schiavitù, all’estorsione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
L’origine dell’inchiesta: la svolta del 2020
Le indagini, avviate nel 2020, hanno preso il via da una denuncia apparentemente marginale. Due persone avevano segnalato il danneggiamento degli pneumatici delle proprie vetture, puntando il dito contro tre giovani migranti africani loro dipendenti. I lavoratori, tuttavia, avevano presentato una contro-denuncia svelando che il gesto era l’epilogo di forti tensioni nate dalla richiesta di contratti regolari e dal sistematico mancato pagamento dei salari da parte dei caporali. Per la prima volta, veniva descritto agli inquirenti “l’inferno dello sfruttamento e delle gravi minacce” subìto sul territorio.
Le due associazioni per delinquere
L’attività investigativa ha fatto luce su due distinte organizzazioni criminali profondamente interconnesse:
-
Il controllo della manodopera (sodalizio etnico): Guidato da 14 cittadini pakistani, gestiva in regime di monopolio la forza lavoro agricola. Reclutava migranti in stato di indigenza, irregolari e non parlanti italiano, costringendoli a vivere in alloggi fatiscenti nel centro storico di un comune locale (fino a 20 persone per abitazione) trattenendo 50-60 euro al mese per gli affitti. I lavoratori venivano stipati all’inverosimile su auto e furgoni (pagando 5 euro al giorno per il trasporto) per turni massacranti di 8-10 ore nei campi.
-
Il traffico di visti (“la gallina dalle uova d’oro”): Composto da cittadini italiani, il secondo sodalizio gestiva su scala industriale l’immigrazione clandestina aggirando i “Decreti Flussi” e il “Decreto Rilancio”. Sfruttando la complicità di commercialisti infedeli e operatori di CAF e Patronati in Calabria e Basilicata, venivano inoltrate telematiche istanze di assunzione fittizie tramite credenziali abusate (inclusi SPID di estranei) per ditte agricole inesistenti. Ogni pratica fruttava tra i 6.500 e i 10.000 euro, alimentando al contempo il serbatoio di manodopera in nero da sfruttare nei campi.
Discriminazione salariale e metodi mafiosi
All’interno dei campi, l’organizzazione applicava una rigida differenziazione dei compensi in base all’etnia, pur a parità di mansioni e turni massacranti (2,70 – 3,00 euro l’ora per i braccianti sub-sahariani, pari a 23-27 euro giornalieri; 3,30 – 4,00 euro l’ora per pakistani e afghani, per premiare la fedeltà e blindare l’omertà). La disperazione costringeva spesso i migranti africani a implorare persino 10 euro per acquistare cibo.
Le indagini hanno inoltre documentato il diretto coinvolgimento di esponenti delle cosche di ‘ndrangheta della Sibaritide: alcune ditte agricole erano intestate a prestanome ma gestite per conto dei clan, i quali intervenivano con esplicite minacce di morte per soffocare qualsiasi protesta dei braccianti.
Assistenza e protezione delle vittime
Un ruolo cruciale è stato svolto dalla collaborazione con l’O.I.M. (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e la ONLUS “Comunità Progetto Sud” (rete antitratta). Grazie a questa sinergia, numerosi braccianti sono stati immediatamente sottratti al controllo del gruppo criminale, inseriti in programmi di assistenza alloggiativa e avviati ai percorsi di tutela umanitaria e regolarizzazione.
Seguici su
Aggiungi cosenzatomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.