Il rock di 17 Re attraversa i decenni e continua a bruciare del fuoco dell’attualità. A dieci anni di distanza da quel memorabile concerto di Capodanno che lasciò il segno in città, i Litfiba sono tornati a Cosenza per una tappa imperdibile del tour che celebra i quarant’anni del loro album cult, secondo e fondamentale capitolo della Trilogia dedicata alle vittime del potere.
All’Arena Rendano, il pubblico cosentino ha ritrovato la band nella sua formazione originale degli anni ’80: Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, affiancati dalla batteria muscolare e precisa di Luca Martelli. Una reunion che non sa di semplice operazione nostalgica ma che sceglie la via più complessa e coraggiosa: rientrare nel vivo del disco, rispettandone le asperità, l’oscurità e la forte tensione teatrale.
Dominato dall’immaginifico sfondo della scimmia incoronata del progetto 17 Re Live 1986-2026, il concerto ha evitato la facile carrellata di singoli per scavare nel ventre di un’opera mastodontica. Ad aprire le danze, l’introduzione strumentale di Febbre e l’omonimo brano 17 Re, la title track rimasta nel cassetto per quarant’anni e oggi completata, un manifesto sonoro che punta il dito contro gli abusi dei potenti e le derive autoritarie del presente.
Da lì in poi, la scaletta è un flusso ininterrotto che attraversa Come un Dio, Oro nero, Sulla Terra, Vendetta, Ferito, Apapaia, Ballata e un’intensa, bipolare Re del silenzio, presentata da Pelù come il ritratto di un sedicesimo sovrano sospeso tra fragilità e regalità interiore. Spazio anche alla fascinazione notturna di Pierrot e la luna, ispirata al capolavoro di Arnold Schönberg, che ha riconsegnato al pubblico la matrice più teatrale della band.
La prima parte del live, dal passo fortemente politico, ha toccato i nervi scoperti dell’attualità: dal rifiuto del patriarcato alla condanna dell’oro nero come assuefazione collettiva, passando per i conflitti globali, il razzismo e il richiamo a un antifascismo militante e intransigente.
Dopo la discesa nelle zone più intime e notturne del repertorio, il concerto ha cambiato passo con Gira nel mio cerchio, Cane e Resta, fungendo da cerniera emotiva verso un finale esplosivo.
Nei bis, lo show si è aperto ai grandi classici della stagione d’oro della new wave italiana: da Il vento, con il tricolore esibito in chiave antifascista, La preda (collegata suggestivamente ai temi della caccia e del territorio), fino a un travolgente Tex, in cui Pelù non ha risparmiato stoccate ironiche all’attualità internazionale, e a un Cangaceiro liberatorio che ha chiuso la serata nella dimensione più fisica e corporea del live, salutato dalle note di O Fortuna di Carl Orff.
Sotto il palco, la partecipazione è stata totale. Accanto ai veterani con le t-shirt d’epoca, tanti giovanissimi hanno risposto a un codice sonoro che, a distanza di quarant’anni, continua a suonare pericolosamente vivo.
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