Il tempo passa, ma certe ferite restano aperte sulla coscienza di un’intera provincia e non solo. A trentotto anni da quel tragico 26 luglio 1988, il ricordo di Roberta Lanzino non è un semplice esercizio di memoria, ma un grido ancora disperato e necessario. In questo giorno di anniversario, la scrittrice Manuela Molinaro affida ai social una riflessione intensa e dolorosa che unisce il ritratto luminoso di una diciannovenne strappata alla vita a una denuncia lucida e impietosa sul fallimento culturale del nostro presente.
Un contributo che scuote le coscienze, ricordandoci che la lotta contro ogni forma di violenza non ammette zone d’ombra né facili archiviazioni. Di seguito, il testo integrale del post.
Un raggio di sole intrappolato in uno scatto, un sorriso spontaneo che profuma di gioventù e di un’estate che, per Roberta, si è fermata troppo presto.
Lei, é Roberta Lanzino, a soli diciannove anni, le vengono bruscamente cancellati tanti domani.
Era il 26 luglio 1988 quando la Calabria apprese che su una strada assolata tra Rende e San Lucido, la vita di questa giovane donna venne spezzata da una violenza cieca, feroce e ingiustificabile; brutalmente seviziata, violentata e infine assassinata in modo atroce, soffocata con le spalline del proprio reggiseno conficcate in gola per impedirle di urlare.
Un crimine efferato che ha segnato per sempre la coscienza collettiva della nostra terra.
Non fu soltanto una barbara aggressione ma, uno strappo violento nel tessuto di una comunità, in cui il dolore negli anni non si è trasformato in silenzio, ma in un dovere morale: RICORDARE.
Rievocare la storia di Roberta non serve soltanto a rendere omaggio alla sua memoria, ma a mantenere vigili gli occhi e la coscienza di fronte a ogni forma di barbarie e prevaricazione. È un monito costante affinché la giustizia non sia solo un fascicolo d’archivio, un valore vivo, da custodire e difendere quotidianamente attraverso la cultura del rispetto e dell’ascolto visto il suo continuo fallimento; e si, la sacrosanta verità é che a distanza di decenni da quel tragico 26 luglio 1988, il bilancio sociale si rivela drammaticamente amaro. Nonostante l’introduzione di specifiche norme e del reato di femminicidio, i dati e la cronaca dimostrano che storie di violenza cieca e brutale come quella di Roberta non solo non si sono estinte, ma sono triplicate, svelando l’urgenza di un cambiamento culturale profondo che va ben oltre la risposta penale.
Cosa probabilmente ci salva? La memoria, la luce di quel sorriso continuerà a brillare, ricordandoci chi siamo, chi abbiamo il dovere di proteggere, e non perdere il coraggio di lottare per ciò che è giusto.
Ciao Roberta, la tua storia vive e cammina insieme a noi.
Seguici su
Aggiungi cosenzatomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.