Riceviamo e pubblichiamo la dolorosa ma fiera riflessione di un cittadino, Domenico Massarini, sullo scempio che ha colpito il nuovo campetto di calcio a 5 del quartiere. Un furto che va ben oltre il valore materiale delle porte e delle reti portate via: è un attacco alla socialità dei più giovani, che tuttavia rispondono ai vandali nell’unico modo possibile. Continuando a giocare.
Ci sono furti che pesano più del ferro che portano via.
Perché ci sono furti che non svuotano soltanto un luogo.
Svuotano un’idea, una speranza, una comunità.
È il sentimento che attraversa il quartiere dopo l’ennesimo sfregio al nuovo campetto di calcio a 5 di Viale Sergio Cosmai. Prima sono sparite le reti. Adesso perfino le porte.
Quelle che avrebbero dovuto custodire i sogni di decine di ragazzi, non certo finire nel bagagliaio di qualcuno.
La domanda non è solo chi sia stato. La domanda è perché. Perché rubare a dei ragazzi un luogo di incontro? Perché colpire proprio ciò che li aveva riportati fuori di casa, lontano dagli schermi, dalle stanze chiuse, dalla solitudine digitale?
E poi c’è un’altra domanda: le telecamere presenti sul campetto funzionano davvero? Perché se un bene pubblico viene smontato pezzo dopo pezzo senza che nessuno veda nulla, allora il problema è ancora più grande.
Al loro posto delle porte due bidoni della raccolta differenziata.
Eppure i ragazzi continuano a giocarci. Lo stesso.
In questa immagine c’è tutta la distanza tra chi distrugge e chi costruisce.
Noi, da piccoli, trasformavamo due pietre in una porta e una strada in uno stadio. Organizzavamo tornei tra rioni e ci sentivamo campioni del mondo. Avevamo poco, ma quel poco bastava a riempire i pomeriggi e a creare ricordi che ancora oggi custodiamo gelosamente.
Oggi quei ragazzi avevano qualcosa che noi non avevamo mai avuto: un campo vero, nuovo, bello.
E qualcuno ha pensato di portarglielo via.
Non hanno rubato soltanto due porte.
Hanno tentato di rubare un pezzo di infanzia, un luogo di aggregazione, un motivo in più per stare insieme.
La loro è povertà di mezzi.
La nostra, sempre più spesso, è povertà di civiltà.
Domenico Massarini
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