Il giorno dopo l’evento che ha trasformato il Teatro Auditorium Unical (TAU) in un laboratorio d’anime, il silenzio tra i corridoi dell’ateneo di Arcavacata sembra vibrare ancora delle parole di Cesare Cremonini. Non è stato un semplice incontro con un “cantautore bolognese”, ma una lezione magistrale di umanità organizzata dal professor Giovanni Trebisacce, dove la musica ha ceduto il passo alla confessione e la pedagogia si è “umanizzata”.
Il concetto che più di tutti è rimasto impresso nella mente degli studenti di Scienze dell’Educazione è un ribaltamento radicale della retorica moderna: il diritto alla fragilità contro l’ossessione della performance.
Cremonini ha scardinato l’idea del “self-made man” a tutti i costi. “Dire che chi non ce la fa non è abbastanza determinato è una violenza”, ha affermato con forza. Al centro del suo discorso, il privilegio di essere scelti: dai genitori, dai maestri, da un pubblico o persino da un’ispirazione artistica. Per il cantautore bolognese, il successo non è un trofeo solitario, ma il risultato di qualcuno che, a un certo punto, ha posato lo sguardo su di noi dicendo: “Io credo in te”.
C’è stato spazio per la musica, e la prima canzone nata proprio a pochi passi dalla Calabria. Il racconto di Vorrei, scritta a 15 anni durante un’estate a Maratea, ha mostrato il lato più intimo del processo creativo: una “piccola scintilla” che resiste al tempo perché autentica.
Ma la vera lezione è arrivata quando Cremonini ha parlato di paura. Descrivere il palcoscenico come un “luogo di terrore” ha accorciato le distanze con i ragazzi in platea, spesso paralizzati dall’ansia del futuro. La sua definizione di “supereroe”, colui che non rimuove le proprie debolezze ma impara a conviverci, risuona come un manifesto per una generazione che vive sotto la lente d’ingrandimento, spesso distorta, dei social media.
Il dialogo, arricchito dalla presenza di Lucio Presta, ha confermato quanto il legame con il territorio calabrese sia profondo. Presta, visibilmente emozionato, ha ribadito come il successo sia un mestiere di “cuore e caparbietà”, confermando l’importanza di avere guide solide nei momenti di oscurità.
L’incontro si è concluso con il riconoscimento simbolico da parte del Rettore e dell’imprenditore Sergio Mazzuca, ma il vero dono per l’Unical è stata la consapevolezza che l’amore non è logico, proprio come il talento, e che la bellezza risiede spesso negli “incidenti interiori” che ci rendono unici.
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