Poche ore dopo l’annuncio pubblico dell’indagine a carico del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, il clima all’interno del cosiddetto “cerchio magico” diventa teso e cauto. È il 12 giugno e le intercettazioni documentano il nervosismo tra chi, secondo gli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo nella gestione opaca di fondi pubblici.
Protagonista ancora una volta è Antonino Daffinà, subcommissario all’emergenza depurazione, intercettato quella mattina mentre dialoga con una sua collaboratrice. Dopo aver commentato l’avvio delle indagini a carico del governatore, Daffinà cambia tono e si informa su tre consulenti che lui stesso avrebbe contribuito a far nominare. Il primo è un professore universitario, regolarmente contrattualizzato da gennaio ma, secondo quanto emerso, non avrebbe prodotto alcuna relazione tecnica o documento previsto dall’incarico. La collaboratrice ammette di aver avuto un atteggiamento “elastico” proprio su richiesta dello stesso Daffinà, ma di fronte al rischio di accertamenti il subcommissario ordina di bloccare ogni attività.
Il quadro si complica con il secondo consulente, anche lui indicato da Daffinà: la collaboratrice, tra parole e gesti, lascia intendere che neppure questa persona abbia mai svolto le attività previste dal contratto. Una situazione analoga riguarda il terzo nome in questione: in questo caso viene citato un video che sarebbe dovuto essere consegnato come output del lavoro, ma che in realtà non è mai stato prodotto.
Il timore di un controllo imminente spinge Daffinà a fermare tutto, preoccupato dalle “discrasie” tra i contratti sottoscritti e le prestazioni realmente erogate. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’operazione avrebbe configurato un uso improprio di fondi pubblici. In concorso con ciascuno dei tre consulenti, Daffinà – avendo disponibilità diretta di risorse economiche grazie al suo ruolo istituzionale – si sarebbe adoperato per far erogare compensi non dovuti.
La nuova informativa della Guardia di Finanza mette quindi in evidenza non solo l’eventuale rete di intermediazioni politiche e nomine sospette, ma anche la possibile appropriazione indebita di denaro pubblico, camuffata sotto forma di consulenze fittizie. Le intercettazioni del 12 giugno diventano così un passaggio chiave nell’evoluzione dell’inchiesta, dimostrando come, dopo la diffusione della notizia sull’indagine a carico del governatore, all’interno del gruppo più vicino al potere regionale si sia attivato un immediato meccanismo di cautela e riposizionamento.
L’ipotesi degli investigatori è che l’intero sistema fosse gestito con logiche clientelari, dove gli incarichi venivano assegnati più per appartenenze e legami personali che per effettiva utilità amministrativa. Un modello che ora la magistratura sta cercando di decostruire, passo dopo passo, attraverso intercettazioni, perquisizioni e incroci documentali.
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