Medici di famiglia, al via la riforma: dipendenti o convenzionati

Doppio binario per i camici bianchi: le Regioni approvano le linee guida. In Calabria resta la carenza cronica

La riforma dell’assistenza primaria è ormai alle porte. Dopo mesi di dibattiti, la Conferenza delle Regioni ha trovato un accordo sui principi fondamentali del nuovo modello di medicina generale, sollecitata più volte dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. Il documento prodotto dai governatori apre la strada a un sistema a doppia opzione per i medici e i pediatri di base: restare convenzionati, come accade attualmente, oppure diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale.

Chi sceglierà di rimanere convenzionato, dovrà sottostare a obblighi stringenti, stabiliti per legge e non più negoziabili tramite contrattazione collettiva, sia nazionale che territoriale. Orari, impegni e prestazioni dovranno garantire il funzionamento effettivo delle strutture previste dal Pnrr, come le Case e gli Ospedali di comunità. Una parte significativa del lavoro dei medici sarà quindi destinata fuori dagli studi privati, all’interno delle nuove strutture pubbliche.

Il modello, già delineato durante la pandemia, cerca ora di concretizzarsi riprendendo quanto previsto dall’articolo 25 della legge istitutiva del Ssn (n. 833/1978), che autorizzava già allora un doppio canale di impiego per i medici di base. Le Regioni propongono dunque una riforma normativa organica che renda effettivi e vincolanti quei principi.

Il nuovo quadro organizzativo includerà anche la possibilità per i medici delle cure primarie di essere assunti come dirigenti sanitari, oltre a mantenere la convenzione con la possibilità di transizione. È prevista inoltre una riforma della formazione post laurea, che non sarà più gestita su base regionale ma a livello nazionale, con un meccanismo di accreditamento per gruppi medici operativi nelle Case di comunità.

Tuttavia, il rilancio dell’assistenza territoriale si scontra con una realtà drammatica, soprattutto in Calabria. Secondo i dati della Fondazione Gimbe, nella regione mancano almeno 66 medici di medicina generale. Il 37,2% dei medici calabresi supera il massimale di 1.500 pazienti, un dato più basso rispetto alla media nazionale (51,7%), ma che fotografa comunque una situazione di affanno.

La media regionale di assistiti per medico è pari a 1.265, mentre a livello nazionale il dato si attesta a 1.374. Il fabbisogno ottimale, secondo le stime, sarebbe di un medico ogni 1.200 assistiti. A peggiorare il quadro è il calo del 20,9% dei medici attivi in Calabria tra il 2019 e il 2023, a fronte di una media nazionale di riduzione del 12,7%. Nel 2024, al concorso nazionale per la formazione in medicina generale si è registrata una partecipazione inferiore ai posti disponibili, con un candidato in meno rispetto alle borse disponibili in Calabria (-2%), contro una media nazionale del -15%.

«La carenza di medici di base è un problema strutturale», ha sottolineato il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, indicando una programmazione carente e l’assenza di un ricambio generazionale in relazione ai pensionamenti tra le cause principali della crisi.

Redazione

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