Resta un mistero il movente dietro alla spaventosa strage di Amendolara, nel Cosentino, costata la vita a quattro braccianti (tre di nazionalità afghana e uno pakistano), arsi vivi all’interno di un distributore di carburante. Dopo il tempestivo fermo di due cittadini pakistani, la Procura di Castrovillari è ora concentrata sul capire cosa abbia scatenato una simile violenza.
Oggi i due indagati, Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi di 31 anni, sono comparsi davanti al Giudice per le indagini preliminari (GIP) per l’interrogatorio di convalida del fermo in carcere. Esattamente come già accaduto davanti al Pubblico Ministero, i due hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Il GIP si è riservato la decisione sulla convalida del fermo al termine dell’udienza.
I trentunenni erano stati rintracciati a Villapiana e condotti nella Questura di Cosenza 48 ore fa. A incastrarli sono state le immagini del sistema di videosorveglianza del distributore, in cui si vedrebbero i responsabili appiccare il fuoco e bloccare le portiere per impedire la fuga delle vittime.
La linea della difesa
I legali dei due indagati si sono opposti alla richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dal PM Roberta Bello. Secondo gli avvocati, che hanno descritto i loro assistiti come “sereni, per quanto lo si possa essere in circostanze del genere”, non sussistono tutti i presupposti per la misura massima: “Sulle esigenze cautelari abbiamo pensato che potrebbero esserci anche misure meno gravi per assicurare le esigenze del processo.”
Uno dei difensori, l’avvocato Giovanni Brandi Cordasco Salmena, ha inoltre fatto notare ai giornalisti che uno dei due fermati presenta un ematoma su un occhio, segno che era già presente prima dell’arresto.
Il caso del video leaked e i prossimi passi
Durante l’udienza è emerso anche un forte rammarico da parte del PM per la diffusione sul web del video delle telecamere a circuito chiuso. Si trattava infatti di un atto secretato che non avrebbe dovuto essere divulgato.
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