Al centro del dibattito universitario calabrese irrompe la dura presa di posizione del collettivo “Aula studio liberata” dell’Università della Calabria. Attraverso una nota ufficiale, gli studenti hanno analizzato e criticato l’impianto del cosiddetto “Reddito di Merito”, la misura promossa dalla Giunta regionale guidata dal Presidente Roberto Occhiuto per contrastare l’emigrazione giovanile.
L’assenza del criterio economico
Il nodo principale della contestazione riguarda l’assenza di una soglia reddituale per l’accesso al beneficio. Secondo il collettivo, il provvedimento si limiterebbe a premiare l’eccellenza accademica in modo astratto, senza considerare la situazione economica di partenza.
«A differenza delle borse di studio tradizionali, che bilanciano reddito e merito – si legge nel documento – questa misura rischia di avvantaggiare chi proviene da contesti già privilegiati, finendo per legittimare e acuire le disparità esistenti».
La critica al modello della “produttività”
Gli studenti mettono in discussione la neutralità stessa del concetto di merito, definendolo un parametro non individuale ma strettamente legato al contesto sociale e formativo. La critica si estende alla visione di un’università che ricalcherebbe logiche aziendali:
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Logica del rendimento: Il collettivo rifiuta un modello basato esclusivamente su tempi e voti.
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Salute e apprendimento: Viene denunciata la scarsa attenzione alla qualità della formazione e al benessere psicofisico degli studenti a favore della produttività.
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Fragilità sociale: La misura non offrirebbe supporto concreto a chi affronta carriere universitarie non lineari a causa di difficoltà economiche o necessità lavorative.
Il nesso con l’emigrazione
Infine, la nota sposta l’attenzione sul post-laurea, evidenziando come la logica del rendimento sia, secondo gli studenti, la medesima che poi spinge i laureati a lasciare il territorio. In un contesto come quello calabrese, segnato da carenze strutturali e da un sistema di welfare considerato insufficiente, il collettivo ritiene che non sia la competizione tra individui a risolvere il problema della fuga dei cervelli, ma una revisione profonda delle politiche sociali e dell’istruzione.
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