I recenti casi di aggressione al personale sanitario hanno messo in luce una crescente tensione nelle strutture ospedaliere della Calabria. A Vibo Valentia, una delle dottoresse di lungo corso del Pronto soccorso dell’ospedale “Jazzolino” ha deciso di lasciare il servizio, stanca di un clima lavorativo pesante e caratterizzato da tensioni continue. Un altro episodio si è verificato al Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, dove un uomo è stato arrestato per aver aggredito medici e infermieri, colpevoli di non aver visitato immediatamente un paziente.
Ancora più grave è stata la situazione a Crotone, presso il Pronto soccorso del “San Giovanni di Dio”, dove una donna ha attaccato due dottoresse e due infermiere, provocando loro fratture e ferite, dopo aver preteso cure immediate per un familiare. L’aumento delle aggressioni mette a rischio la sicurezza degli operatori sanitari e ne compromette la capacità di svolgere il proprio lavoro.
La relazione Onseps: numeri preoccupanti
L’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (Onseps) ha fornito dati preoccupanti. Nel 2023, in Calabria sono state registrate 32 aggressioni contro personale sanitario, tutte avvenute nel settore pubblico. In 20 casi gli aggressori erano pazienti, mentre in 10 casi erano familiari o conoscenti dei malati. In uno degli episodi non è stato possibile individuare l’aggressore, a riprova della difficoltà di gestire situazioni di questo tipo.
Tra le vittime, la fascia d’età più colpita è quella tra i 30 e i 49 anni. In particolare, 12 operatori avevano tra i 30 e i 39 anni e 13 tra i 40 e i 49 anni. Le aggressioni coinvolgono tanto uomini quanto donne, con 24 operatori di sesso maschile e 15 di sesso femminile.
La risposta politica: un disegno di legge
Per contrastare questa crescente violenza, è stato presentato in Senato un disegno di legge volto a introdurre un “Daspo” in ambito sanitario. Proposto dal senatore Ignazio Zullo, il ddl mira a sospendere l’accesso gratuito alle cure per tre anni a chi commette reati di aggressione o danneggiamento del patrimonio sanitario. L’obiettivo è duplice: da un lato, inviare un messaggio chiaro sulla gravità delle aggressioni in ambito ospedaliero; dall’altro, costituire un forte deterrente.
Le risorse ottenute dall’applicazione di questa legge verrebbero destinate al miglioramento delle misure di sicurezza nelle strutture sanitarie, un passo necessario per proteggere chi lavora in ambienti sempre più pericolosi. La vigilanza dell’applicazione della norma sarebbe affidata alle Regioni, che avrebbero il compito di monitorare e segnalare eventuali inadempienze.
Un allarme per il sistema sanitario
La situazione richiede un intervento urgente non solo per tutelare il personale medico, ma anche per garantire che gli ospedali possano continuare a svolgere il loro compito primario: curare i pazienti in sicurezza. L’inasprimento delle tensioni, spesso legato alla difficoltà di accesso alle cure e ai ritardi nelle visite, sta creando un clima insostenibile nelle strutture sanitarie, dove gli operatori sono sempre più esposti a rischi fisici e psicologici.
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