Caso Sacro Cuore: revocati i domiciliari per Rosa Vespa dopo la condanna

Il Gup di Cosenza dispone l'obbligo di dimora per la donna condannata a 5 anni e 4 mesi per il sequestro della piccola Sofia

Il percorso giudiziario relativo al rapimento della neonata dalla clinica “Sacro Cuore” di Cosenza segna un nuovo capitolo. All’indomani della sentenza di primo grado, il Gup del Tribunale bruzio, Letizia Benigno, ha disposto la revoca della detenzione domiciliare per Rosa Vespa, sostituendola con la misura meno afflittiva dell’obbligo di dimora nel comune di residenza.

La decisione giunge in accoglimento dell’istanza presentata dai legali della difesa, gli avvocati Gianluca Garritano e Teresa Gallucci. Nel provvedimento, il giudice ha valutato positivamente diversi fattori:

  • Il percorso riabilitativo: L’imputata ha intrapreso un iter terapeutico dimostrando consapevolezza circa la gravità delle proprie azioni.

  • Giustizia riparativa: È stata manifestata la volontà di accedere a percorsi di riparazione per favorire un graduale reinserimento sociale.

  • Tempistiche cautelari: È stata considerata la durata della misura restrittiva già scontata, protrattasi per circa un anno.

La sentenza e la ricostruzione dei fatti

La modifica della misura cautelare segue di ventiquattr’ore la condanna a cinque anni e quattro mesi di reclusione emessa nei confronti della donna. La sentenza, giunta al termine di un processo celebrato con rito abbreviato, ha ridimensionato la richiesta dell’accusa, che aveva sollecitato una pena di otto anni.

I fatti risalgono alla sera del 21 gennaio 2025. Secondo l’impianto accusatorio, Vespa si sarebbe introdotta nella struttura sanitaria spacciandosi per un’operatrice, prelevando la piccola Sofia dalla culla per poi allontanarsi. Le indagini hanno inoltre portato alla luce una complessa “messinscena” orchestrata dalla donna, la quale, attraverso l’invio di falsi messaggi e foto ai familiari, aveva simulato una gravidanza e un ricovero mai avvenuti.

Le posizioni dei coivolti

Dalle indagini è emersa l’estraneità del marito, Moses Omogo: la sua posizione è avviata verso l’archiviazione, essendo stato ritenuto all’oscuro del piano della consorte.

Infine, sotto il profilo clinico-giuridico, determinante è stata la perizia psichiatrica disposta durante il procedimento. Gli accertamenti esperti hanno stabilito che l’imputata fosse pienamente capace di intendere e di volere al momento del compimento del reato, escludendo dunque vizi di mente che potessero inficiare la punibilità.

Redazione

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