Dall’architetto Gianfranco Mancuso riceviamo e pubblichiamo.
Circa 1,4 milioni di euro per ridisegnare il volto notturno di Corso Mazzini, valorizzare le opere del MAB e illuminare le facciate del Municipio. Il progetto approvato dalla Giunta comunale di Cosenza, illustrato nell’intervista dall’architetto e lighting designer Andrea Malara, propone una trasformazione che supera la semplice sostituzione delle lampade. Ma apre una questione politica che la descrizione delle tecnologie non risolve: quale posto occupano le periferie nelle priorità dell’amministrazione?
Sul piano professionale, le soluzioni presentate meritano attenzione. Controllo degli abbagliamenti, ottiche di precisione, riduzione della dispersione luminosa e telegestione punto-punto rispondono a una concezione della luce fondata sulla qualità e sulla regolazione. Da collega, è corretto riconoscerne il valore. Altrettanto necessario, però, è distinguere la responsabilità progettuale da quella amministrativa.
Il professionista definisce come realizzare l’intervento. Il Comune sceglie dove intervenire, quali bisogni affrontare prima e come distribuire le risorse.
È su questo secondo terreno che Palazzo dei Bruzi deve fornire risposte. Nell’intervista trovano spazio l’illuminazione museale del MAB, le quinte monumentali, gli scenari dinamici delle facciate e la gestione della luce durante gli eventi. Non emerge, invece, un quadro altrettanto preciso degli interventi destinati ai quartieri periferici.
L’assenza di queste informazioni non dimostra che altri programmi non esistano. Evidenzia però il limite di una comunicazione politica che racconta in dettaglio la trasformazione del centro senza chiarire come essa si inserisca in una strategia cittadina.
Malara propone di superare la “sindrome dell’abbondanza”, la convinzione che una maggiore quantità di luce equivalga automaticamente a una migliore illuminazione. È un principio condivisibile. All’amministrazione spetta superare un’altra sindrome: quella della vetrina, nella quale il salotto urbano assorbe l’attenzione pubblica e finisce per rappresentare, da solo, l’intera città.
Nelle periferie non servono fari da stadio. Servono attraversamenti riconoscibili, fermate visibili, percorsi pedonali illuminati con continuità, impianti sicuri e manutenzione tempestiva. Sono esigenze ordinarie, meno spettacolari di una facciata monumentale, ma decisive per la qualità della vita.
La distinzione è anche tecnica. Efficienza energetica, qualità illuminotecnica ed equità territoriale non coincidono automaticamente. Un impianto può consumare meno e offrire prestazioni migliori senza ridurre gli squilibri tra i quartieri. La telegestione può regolare il flusso luminoso; non può sostituire una politica delle priorità.
Per questo il Comune dovrebbe rendere pubblici il censimento degli impianti, le criticità manutentive ed elettriche, i criteri utilizzati per stabilire l’urgenza degli interventi e il relativo programma finanziario. Senza questi elementi, la celebrazione del progetto precede la spiegazione delle scelte.
Anche il risparmio energetico annunciato richiede indicatori verificabili: consumi precedenti e attesi, potenza installata, profili di regolazione, costi di gestione e manutenzione. Il dato regionale sui consumi pro capite richiamato nell’intervista offre un contesto, ma non sostituisce il bilancio energetico dell’intervento.
Allo stesso modo, la precisazione sull’importo effettivo dei lavori — circa 970 mila euro rispetto a un investimento complessivo di circa 1,4 milioni — chiarisce la composizione della spesa, senza esaurire la domanda politica sulla sua priorità. Se esistono vincoli di finanziamento, l’amministrazione li illustri e spieghi con quali altre risorse intenda affrontare i bisogni degli altri quartieri.
Il tema della sicurezza rende questa richiesta ancora più stringente. Se comfort visivo e sorveglianza naturale sono considerati importanti per il corso pedonale, devono avere analogo peso nei luoghi attraversati ogni giorno da lavoratori, famiglie e anziani. L’illuminazione non risolve da sola i problemi di criminalità, ma la visibilità dei percorsi quotidiani non può dipendere dalla loro attrattività commerciale.
Prima di celebrare i nuovi scenari sulle facciate del Municipio, sindaco e Giunta rendano dunque verificabile il programma per il resto della città. La cura della sede comunale e del patrimonio artistico trova pieno significato dentro una politica urbana capace di raggiungere anche i luoghi meno esposti.
“Mettere in scena l’anima di Cosenza”, come si legge nell’intervista, è un’ambizione suggestiva. Ma quell’anima abita anche lontano da Corso Mazzini, nelle strade che non ospitano inaugurazioni e nei quartieri che chiedono servizi essenziali.
La credibilità dell’amministrazione si misurerà lì: nella capacità di accompagnare la luce del centro con interventi concreti, finanziati e tempestivi nelle periferie. Perché il diritto alla città non può dipendere dalla distanza dal suo salotto.
Seguici su
Aggiungi cosenzatomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.
