di CARMELO PENNISI*
Se ne è andato uno del 76. Un calabrese che sale a Torino non per lavorare in Fiat ma per dare calci a un pallone, a quei tempi era già una notizia controcorrente. Che poi sia stato proprio un calabrese a segnare il gol del sorpasso scudetto su quelli là, dimostra come la Storia scriva una sua versione di continuo a prescindere dai voleri degli uomini.
Dalle foto in bianco e nero di Salvatore Garritano circondato dai suoi compagni, le maglie di colore Granata risaltano. No, non è allucinazione, bensì perfetta beatitudine di una immaginazione che continua a tormentarmi piacevolmente da anni. Salvatore aveva la numero 13, ovvero il numero della fortuna o del combinato disposto del Totocalcio che ti faceva diventare milionario, il numero di colui destinato a sostituire chi non voleva lasciare assolutamente il campo.
Figuriamoci un Torino-Milan che stava per chiudere una vicenda andata in frantumi il 4 maggio del 1949. Possono essere lunghi e dolorosi ventisette anni. C’era una volta in cui anche i numeri avevano un senso, a rappresentare un giro d’armonia delle vicende umane; non erano bagattelle da usare come toponomastica di un nome divenuto un brand, ma longitudine e latitudine di una squadra che era simbolo e memoria trasversale, una delle poche cose a farci sentire una comunità.
Ciao Salvatore, da parte del mio bambino di allora attaccato trepidante a una radiolina. Sei stato una rima in prosa pari a una di quelle del tuo conterraneo Corrado Alvaro: perché un gol a valere uno scudetto è racconto e poesia.
*Sceneggiatore e giornalista (tifoso del Toro)