Una crisi senza fine e una vertenza che sembra sospesa nel vuoto. È il drammatico quadro che descrive la situazione dell’Amaco, l’azienda di trasporto pubblico in liquidazione giudiziale, travolta da mesi di incertezze, mancate risposte istituzionali e tentativi falliti di rilancio.
Dal 16 novembre 2023, giorno in cui il Tribunale ha decretato lo stato di insolvenza dell’Amaco Spa, l’azienda è avvolta in un limbo amministrativo, aggravato da bandi per l’affitto di ramo d’azienda andati deserti e continui rinvii dell’esercizio provvisorio. L’ultima proroga, concessa per mantenere un minimo di operatività, scadrà a fine settembre, lasciando aperto l’interrogativo su quale sarà il futuro dell’ente e dei suoi lavoratori.
Il curatore fallimentare ha più volte tentato la via della vendita, ma anche gli ultimi bandi sono rimasti senza risposta, segno evidente della mancanza di fiducia nel rilancio dell’azienda o, peggio, dell’assenza di volontà politica di salvaguardare un servizio pubblico essenziale.
Il silenzio della politica ha esasperato i dipendenti, lasciati senza risposte nonostante le ripetute richieste di confronto. A gennaio e marzo, le principali sigle sindacali – CGIL, FILT, FIT CISL e UIL Trasporti – hanno sollecitato incontri con la Regione, con l’assessore Gianluca Gallo e con il governatore Roberto Occhiuto. Ma nulla si è mosso.
Ora scendono in campo direttamente i lavoratori. Una sessantina di ex dipendenti, la metà della forza lavoro, ha firmato un appello indirizzato al presidente Occhiuto, denunciando una sensazione di “totale abbandono”. Nel documento, i firmatari chiedono un incontro urgente per “ricercare insieme le possibili strade da percorrere”, auspicando che l’Amaco resti un bene pubblico e non venga smantellata nel silenzio generale.
“Chiediamo aiuto e sostegno”, si legge nella lettera, firmata con “convinzione e speranza” da chi, dopo mesi di incertezza, chiede solo una possibilità di dialogo per salvare posti di lavoro e garantire la continuità del servizio di trasporto urbano.
Il timore concreto è che l’Amaco scompaia senza che nessuno se ne assuma la responsabilità, lasciando la città senza un presidio essenziale di mobilità e decine di famiglie senza futuro. Il tempo stringe, e l’ennesima scadenza di settembre rischia di trasformarsi nel punto di non ritorno.