Il rapimento della piccola Sofia: sui cellulari il piano di Rosa Vespa

Messaggi, video e foto nei telefonini sequestrati della donna e del marito rivelano i dettagli del rapimento, dopo che lei aveva simulato una gravidanza isterica per mesi

L’inchiesta sul rapimento della neonata Sofia avvenuta il 21 gennaio nella clinica Sacro Cuore di Cosenza continua a svelare nuovi inquietanti dettagli. I telefoni cellulari di Rosa Vespa e Omogo Moses , sequestrati dagli investigatori, hanno rivelato uno scambio costante di messaggi su WhatsApp e filmati che documentano la messa in scena della gravidanza inesistente.

Per nove mesi, la 52enne aveva simulato di essere in attesa di un bambino, che aveva chiamato Ansel, comunicando al compagno falsi sintomi e cambiamenti fisici. Nei dispositivi sono stati trovati video di una festa organizzata per accogliere il bambino mai nato, con decorazioni azzurre, confetti e spumante. Un inganno portato avanti anche con falsi documenti sanitari e finte ecografie, mostrati ai familiari per convincerli della sua maternità.

Il piano è stato smascherato grazie alle indagini sui dispositivi elettronici , e oggi, 6 febbraio, in Procura verranno conferite le perizie tecniche sui contenuti dei telefoni. Il pubblico ministero Antonio Tridico ha disposto l’analisi approfondita della memoria dei dispositivi per chiarire ulteriormente i dettagli del caso.

Sul piano giudiziario, Rosa Vespa resta detenuta nel carcere di Castrovillari, mentre il compagno Omogo Moses è stato scarcerato dal Gip. La donna è difesa dagli avvocati Teresa Gallucci e Gianluca Garritano, mentre i genitori della piccola Sofia sono assistiti dai legali Paolo Pisani e Chiara Penna .

La Procura ha inoltre autorizzato una perizia psichiatrica sulla donna, già sottoposta a un primo colloquio con un consulente medico. L’obiettivo è stabilire l’entità delle anomalie psichiche emerse nel suo comportamento e valutare se la detenzione possa garantire una cura adeguata.

Durante l’interrogatorio, Rosa Vespa ha confessato di aver agito da sola, escludendo qualsiasi coinvolgimento del compagno, e ha ammesso di aver fabbricato documenti sanitari falsi per supportare la sua versione. Con l’analisi dei dispositivi sequestrati, gli inquirenti puntano ora a ricostruire ogni passaggio della vicenda, chiarendo eventuali complicità e movimenti alla base di questa drammatica storia.

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