Nuove nubi giudiziarie si addensano sulla figura di Roberto Occhiuto. Il Presidente della Regione Calabria è ufficialmente iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma con l’ipotesi di reato di truffa aggravata.
Al centro dell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, vi è la gestione dei rimborsi chilometrici e forfettari erogati dal Consiglio Regionale. Secondo l’accusa, Occhiuto avrebbe percepito indebitamente circa 3.800 euro mensili per l’utilizzo di un’auto propria (un’Audi Q4 Sportback), nonostante la Regione gli avesse già messo a disposizione una vettura di servizio (un’Audi A6 Limousine) con costi a carico dell’ente.
Le origini del caso
L’indagine, inizialmente partita da Catanzaro, è approdata a Roma per competenza territoriale, essendo la Capitale il luogo in cui i bonifici sono stati incassati. Le prove raccolte dalla Guardia di Finanza includono intercettazioni ambientali in cui ex soci del Governatore definivano l’auto privata come un semplice “mezzo” per ottenere il generoso rimborso regionale, segnalando inoltre che la vettura sarebbe rimasta spesso ferma o utilizzata da familiari.
Il fronte calabrese
Nonostante il trasferimento del filone “auto” a Roma, la posizione di Occhiuto resta al vaglio dei magistrati calabresi per altre due ipotesi di reato: Corruzione: legata ai rapporti societari nella gestione della “Tenuta del Castello Srl” e Malversazione: riguardante presunte irregolarità nell’impiego di fondi europei destinati al tracciamento delle uve (progetto Trace Windu).
Mentre l’Avvocatura della Regione Calabria ha prodotto una nota a difesa del Presidente, sostenendo che il rimborso sia dovuto a prescindere dalle auto di servizio disponibili, spetterà ora ai pm romani decidere se procedere con la richiesta di rinvio a giudizio o l’archiviazione. Occhiuto, recentemente riconfermato alla guida della regione con un ampio consenso elettorale, prosegue il suo mandato protetto dalla presunzione di non colpevolezza fino a eventuale sentenza definitiva.
Fonte: Il Fatto Quotidiano, articolo di Marco Lillo.