Oltre 480 milioni di euro all’anno finiscono nelle casse della sanità privata accreditata in Calabria. È questa la cifra contenuta nei decreti ufficiali della struttura commissariale, che certificano una spesa superiore al 10% del totale del Fondo sanitario regionale. Si tratta di risorse pubbliche che la Regione versa ai gruppi imprenditoriali convenzionati, in cambio di prestazioni che, nella maggior parte dei casi, il sistema pubblico non riesce a garantire.
Dietro questo flusso di denaro si muovono interessi importanti, che finiscono inevitabilmente al centro del dibattito politico, soprattutto in vista delle elezioni. I toni sono accesi, ma i contenuti spesso assenti: a emergere con chiarezza è solo il peso economico della sanità privata in una regione dove questo settore rappresenta la principale “industria” locale, assorbendo oltre i due terzi del bilancio complessivo. Il dato emerge da un approfondimento del collega Antonio Ricchio, pubblicato si Gazzetta del Sud oggi in edicola.
Il nodo non è tanto la presenza di strutture convenzionate – che in molti casi erogano servizi essenziali – quanto il ruolo che esse hanno assunto nel tempo, sempre più centrale e sostitutivo del sistema pubblico. Il rischio, già diventato realtà, è che la sanità privata non sia più solo un supporto, ma la principale alternativa per i cittadini.
I budget assegnati alle cliniche private restano stabili, mentre i tagli colpiscono ospedali periferici e presìdi territoriali. A questo si aggiunge il blocco delle assunzioni nel pubblico, che rallenta il ricambio generazionale del personale sanitario. Il risultato? Il cittadino che ha bisogno urgente di cure si rivolge al privato, il quale ottiene poi il rimborso dalla Regione. Intanto, la sanità pubblica continua a perdere pezzi, rimanendo schiacciata dai debiti e dall’inefficienza.
Il sistema presenta anche gravi ripercussioni sulla mobilità sanitaria passiva, con la Calabria che ogni anno versa oltre 300 milioni di euro ad altre Regioni per curare i propri cittadini altrove. Una vera e propria emorragia economica e umana, che aggrava ulteriormente la crisi del comparto.
In un contesto tanto delicato, la politica regionale è chiamata a una doppia responsabilità: da una parte investire con decisione su personale, digitalizzazione e infrastrutture ospedaliere; dall’altra, attivare meccanismi di controllo rigidi ed efficaci per verificare la qualità e la quantità delle prestazioni offerte dai privati.
Rendere il privato complementare, non sostitutivo, è la sfida più urgente per ripristinare un equilibrio nel sistema sanitario calabrese e garantire un diritto alla salute effettivo e universale, così come stabilito dalla Costituzione. Una sfida difficile, ma non più rimandabile.