Il volto della povertà in Calabria si fa sempre più drammatico. A testimoniarlo è un insieme di indicatori economici e sociali che confermano l’allargarsi delle disuguaglianze nel cuore del Mezzogiorno. Secondo il rapporto Bes dell’Istat, meno della metà della popolazione attiva calabrese è occupata, con un tasso pari al 48,4%, ben 18 punti percentuali sotto la media nazionale. Ma anche tra chi lavora, le difficoltà sono tangibili: i salari sono tra i più bassi d’Italia.
Un’indagine dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre ha mostrato come a Cosenza, lo stipendio medio lordo nel settore privato si attesti a 1.140 euro mensili, posizionando la provincia al terzultimo posto in Italia, davanti solo a Nuoro e Vibo Valentia. Per confronto, a Milano la media è di 2.642 euro, più del doppio.
L’indebitamento familiare è in crescita, come dimostra il tasso in ingresso in sofferenza dei prestiti bancari. In Calabria, questo indicatore ha raggiunto l’1,3%, il valore più alto del Paese, segnalando un aumento di crediti deteriorati e di casi di sovraindebitamento che rischiano di compromettere ulteriormente la tenuta delle economie domestiche.
Sul fronte delle politiche pubbliche, la situazione è ancora più allarmante. L’Istat ha rilevato che la spesa sociale pro capite dei Comuni calabresi si ferma a 38 euro l’anno, a fronte di una media nazionale di 150 euro. Le regioni del Nord, in confronto, superano i 200 euro pro capite. In Campania e Basilicata si registra una spesa rispettivamente di 71 e 68 euro, ma è la Calabria a detenere il primato negativo.
I sindacati regionali, in particolare la Uil Calabria e la Uil Fpl, denunciano con forza questa situazione. Per i rappresentanti Mariaelena Senese e Walter Bloise, non si tratta solo di numeri, ma di un vero indicatore del livello di abbandono sociale che colpisce le fasce più vulnerabili: anziani, disabili, bambini e famiglie in difficoltà. Il divario territoriale nella spesa pubblica per i servizi sociali è diventato insostenibile.
La Calabria, secondo la Uil, non ha bisogno di assistenzialismo passivo, ma di un intervento strutturale per rafforzare il welfare locale. I Comuni devono poter contare su maggiori fondi e su criteri di ripartizione più equi. Solo così si potrà contrastare un fenomeno che, senza risposte efficaci, minaccia la coesione sociale e nega i diritti fondamentali di cittadinanza.
Il quadro complessivo che emerge è quello di una regione sospesa tra passato e presente, schiacciata da un sistema economico debole, salari da fame e una rete di protezione sociale quasi inesistente. Aumentano le richieste di aiuto, ma mancano le risorse per rispondere. Serve un piano straordinario di intervento, capace di invertire la rotta e offrire una prospettiva concreta a chi oggi vive ai margini.