Un aneddoto autobiografico e una riflessione approfondita sulla professione di storico e su quella giornalistica.
Li ha espressi il Sindaco di Rende, Onorevole Sandro Principe, durante la presentazione di “Ritratto di giovane fascista” (Donzelli, Roma 2026), il libro di Mauro Canali – professore emerito di Storia Contemporanea all’Università di Camerino e allievo di Renzo De Felice – a Mauro De Mauro, il celebre cronista de l’Ora di Palermo, rapito e scomparso in circostanze tuttora non chiarite il 16 settembre 1970.
La presentazione – moderata dal giornalista Franco Laratta e a cui hanno partecipato il Sindaco e il professor Canali – si è svolta la sera del primo ottobre presso il Museo del Presente come evento conclusivo dell’edizione 2026 di Settembre Rendese.
In particolare, il professor Canali riprende il filone di ricerca intrapreso dal giornalista Francesco Viviano nel 2009, che collega la scomparsa di De Mauro al golpe Borghese, tentato e abortito la notte dell’8 dicembre di quello stesso 1970.
Ma la ricerca storica implica dei doveri in più, rispetto ai non pochi richiesti ai giornalisti.
«Ci sono molti modi di interpretare il lavoro dello storico, ma io condivido l’impostazione defeliciana: lo storico deve scavare tra i documenti, proprio come un archeologo, deve cercare la verità in tutti i documenti, da quelli dei ministeri e delle forze dell’ordine, a processuali», ha dichiarato in apertura del dibattito il Sindaco.
«In questo libro, il professor Canali ha elaborato una tesi originale, che si basa sulle vicende biografiche di De Mauro, giovane fascista forse rimasto tale in cuor suo».
Dalla ricerca della verità come missione dello storico all’amore della verità come dovere del giornalista il passo è breve.
Infatti, ha proseguito l’Onorevole Principe, «questo libro ci regala l’idea di quel che deve essere un vero giornalista. De Mauro, probabilmente, era rimasto in contatto con l’ambiente da cui proveniva e apprese della preparazione del Golpe dell’Immacolata. Ma si comportò da grande giornalista: tentò lo scoop anche se sapeva che avrebbe danneggiato la sua parte politica. Fece il suo dovere in maniera esemplare».
Poi il ricordo personale: «Nel 1970 avevo ventun anni. La vigilia dell’Immacolata, mio padre non era in casa e io e mio fratello, che allora aveva sedici anni, dormivamo nella stanza di mamma e papà. Alle cinque del mattino arrivò una telefonata del Segretario della Federazione Socialista di Cosenza, che mi chiese: “Sandro, dov’è Cecchino?”. Mi disse di essere preoccupato perché c’era un golpe in atto. Io gli risposi: “Dici che c’è un golpe e mi chiami a casa?”. Riattaccai il telefono e, assieme a mio fratello, andammo a dormire nella casa di campagna di un nostro parente, proprio per paura di quel che ci sarebbe potuto capitare».
Il mistero De Mauro
Non si può capire il De Mauro giornalista senza riflettere sul passato fascista di De Mauro, ha spiegato il professor Canali in apertura del suo intervento.
Infatti, «De Mauro non era un semplice membro della Decima MAS, ma un volontario delle SS italiane a Roma, direttamente subordinato a nazisti come Kappler e Priebke, coinvolto in attività repressive contro i partigiani e probabilmente nella selezione delle vittime per le Fosse Ardeatine».
Finita la guerra, De Mauro, dopo una fuga rocambolesca dal campo di concentramento di Coltano, si rifugiò in Sicilia, dove lavorò dapprima in giornali conservatori e poi approdò a l’Ora di Palermo.
L’Ora, ha proseguito il professore, non era in origine un foglio progressista: tutt’altro. Tuttavia, questo giornale fu rilevato da un editore vicino al Pci e assecondò l’“operazione Milazzo”, un esperimento di coabitazione politica nella Regione Sicilia tra socialisti, comunisti e, addirittura, missini.
«Quest’esperimento fu orchestrato da Emanuele Macaluso e permise a De Mauro di transitare dall’estrema destra ne “l’Ora”. De Mauro non era un giornalista comunista: era un grande “camaleonte” politico».
A riprova della connessione tra il golpe Borghese e la scomparsa di De Mauro, Canali ha citato una circostanza: «Il ritrovamento di appunti sulla scrivania del giornalista con la dicitura colpo di Stato».
Il golpe dell’Immacolata, ha proseguito lo storico romano, «non fu una “barzelletta”, ma un tentativo serio, probabilmente fermato dall’intervento americano per il timore di una guerra civile e per la presenza della flotta sovietica nel Mediterraneo».
Il resto della vicenda è una storia intricata di depistaggi, orchestrati dai Servizi Segreti, e di carte scomparse per anni e poi riemerse per caso nel 2011.
Di sicuro, ha chiosato il professore, «la pista della mafiosità da sola non basta. Anzi, è stata smentita dal processo intentato nel 2011 a Totò Riina per la scomparsa di De Mauro: fu l’unico procedimento in cui il boss dei corleonesi, per il resto pluripregiudicato, risultò innocente».
Al contrario, nessuno ha smentito le dichiarazioni del pentito Francesco Di Carlo, ex gregario di Riina, secondo il quale «De Mauro fu fatto sparire per impedirgli di rivelare dettagli sul golpe, nel quale Borghese aveva cercato di coinvolgere anche Cosa Nostra».
I dilemmi degli storici
Uno spazio a parte meritano le riflessioni del professor Canali sulla metodologia dello storico, che può portare anche a incomprensioni: «De Felice e la sua scuola, di cui faccio parte, sono stati oggetto di critiche aspre e spesso incoerenti. Da un lato, lui fu considerato fascista solo perché aveva fatto del fascismo la sua specialità accademica. Ovviamente, De Felice non solo non era fascista, ma era un liberaldemocratico convinto, ma non lasciò mai che i suoi valori personali influenzassero il suo lavoro».
Qualcun altro, specie all’estero, «ci considerò degli epigoni di von Ranke. Io considero questo paragone un grande complimento, perché questo grande studioso tedesco fu il padre della storiografia moderna».
Ciò che conta sono soprattutto i documenti: «I ricordi dei testimoni di eventi storici, infatti, possono avere ricordi confusi o mostrarsi, a volte, reticenti».
Scavare negli archivi e cercare nelle carte la verità distingue lo storico dal divulgatore storico. Anche quest’ultimo è un compito non facile e, spesso, ingrato. «Molti divulgatori sono costretti tante volte a lavorare su tesi non definite e, spesso, oggetto di dibattiti accesi e tuttora aperti». Per scoprire e raccontare la storia la bravura non basta. Occorre un profondo senso etico. Lo stesso, ha ribadito il professor Canali, richiesto ai giornalisti e agli operatori dell’informazione.
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