La pressione crescente della mobilità sanitaria passiva ha portato la Regione Emilia Romagna a proporre un protocollo d’intesa con la Calabria, per monitorare i flussi di pazienti e frenare il fenomeno degli invii impropri verso strutture del Nord Italia. L’annuncio arriva da Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia Romagna, che in un’intervista rilasciata a La Repubblica affronta il tema con toni diretti: «Non ce la facciamo più a sostenere il carico di pazienti da fuori regione. Serve un cambio di rotta, con rispetto ma con fermezza».
L’obiettivo del protocollo, attualmente in fase di definizione, sarà duplice: evitare invii strutturali non giustificati e verificare se esistono patologie per cui i flussi sono anomali. Si parla anche della possibilità di attivare consulenze mediche a distanza, promuovendo collaborazioni tra professionisti delle due regioni. Una sinergia che, secondo De Pascale, dovrebbe puntare a rafforzare la capacità delle regioni meridionali di trattenere e assistere i propri pazienti, evitando l’emorragia verso Nord.
Il presidente emiliano-romagnolo sottolinea come la legge non consenta di rifiutare le prenotazioni provenienti da altre regioni, ma intende ridurre i flussi impropri, in particolare quelli legati a prestazioni mediche considerate standard: piccola chirurgia, menischi, visite specialistiche. «Importare pazienti per trapianti, cardiochirurgia o ortopedia avanzata è legittimo, perché si tratta di prestazioni ad alta complessità», chiarisce De Pascale. «Ma se si viene da noi per una semplice visita, allora c’è qualcosa che non funziona nei territori di partenza».
La Calabria è uno dei territori più colpiti dal fenomeno della mobilità sanitaria passiva. Secondo l’ultima relazione della Corte dei Conti, nel 2024 la spesa per prestazioni rese fuori regione ha toccato i 308 milioni di euro, con un aumento del 21% rispetto al 2023. Un dato che evidenzia l’incapacità del sistema sanitario calabrese di rispondere in modo efficace alla domanda di cure dei propri cittadini.
Le liste d’attesa rappresentano uno degli ostacoli principali all’accesso alle cure sanitarie, non solo in Calabria. Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9% degli italiani ha rinunciato a curarsi, in crescita rispetto al 7,5% dell’anno precedente. Il 6,8% ha indicato proprio nei tempi di attesa la motivazione principale della rinuncia. Un problema che tocca trasversalmente tutto il Paese, ma che nel Sud assume contorni drammatici.
De Pascale non risparmia critiche nemmeno alla legge di bilancio 2025, definita «una delle manovre più vergognose per la sanità pubblica». Il governo ha poi fatto marcia indietro, stanziando 6,4 miliardi di euro, una cifra che il governatore definisce «importante, ma che deve essere spesa liberamente dalle Regioni, secondo le proprie esigenze». A suo avviso, infatti, territori diversi come Emilia Romagna e Campania non possono essere trattati allo stesso modo, poiché presentano criticità profondamente differenti.
In questa direzione, l’accordo con la Calabria potrebbe rappresentare un nuovo modello di cooperazione tra Regioni, dove non si sottraggono risorse ai territori fragili, ma si lavora per rafforzare la sanità pubblica nel Mezzogiorno. Un modello che potrebbe diventare un precedente anche per altre intese, con lo scopo di contenere la mobilità sanitaria passiva e garantire un’assistenza più equa e accessibile su tutto il territorio nazionale.